Sclerosi multipla, un nuovo biomarcatore per predirne evoluzione

Studio condotto da Statale Milano, Policlinico,Centro Dino Ferrari

Sclerosi multipla, un nuovo biomarcatore per predirne evoluzione

(fonte: askanews News 31 agosto 2018)

Roma, 31 agosto – Esiste una correlazione, già nelle fasi precoci di malattia, tra i livelli liquorali della proteina beta-amiloide e il peggioramento clinico nei malati affetti da Sclerosi Multipla: bassi livelli di questa proteina nel liquido cefalorachidiano possono quindi rappresentare un biomarcatore predittivo della progressione della malattia.

La reazione è dimostrata in uno studio pubblicato su “Multiple Sclerosis Journal” e coordinato da Elio Scarpini, direttore dell’unità Malattie Neurodegenerative della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Centro Dino Ferrari, Università Statale di Milano, con la collaborazione dell’Unità di Neuroradiologia dello stesso Policlinico e del Laboratorio di Neuroimmagini della Fondazione IRCSS Santa Lucia di Roma.

La La Sclerosi Multipla è la più comune malattia infiammatoria cronica del sistema nervoso centrale. È una patologia immunitaria che comporta un danno della mielina, la guaina che riveste i neuroni. Diversi studi suggeriscono, però, anche un ruolo della morte neuronale – la cosiddetta “neurodegenerazione” – nella patogenesi della malattia.

L’obiettivo della ricerca, – si legge sul sito della Statale – è stato quello di indagare il possibile ruolo prognostico dei livelli di beta-amiloide (proteina coinvolta nella genesi della malattia di Alzheimer) nel liquido cerebrospinale (CSF), mediante la determinazione di un valore soglia per classificare i pazienti in progressione lenta e veloce; per valutare una possibile associazione con il danno della sostanza bianca e grigia cerebrale, già nelle prime fasi della malattia e per fornire ai clinici un aiuto per identificare tempestivamente strategie terapeutiche più o meno aggressive.

Per lo studio sono stati reclutati sessanta pazienti sottoposti – per 3-5 anni – a regolari valutazioni cliniche e ad una analisi del CSF per determinare i livelli di beta-amiloide, nel Laboratorio di Genetica e Neurochimica diretto dalla dottoressa Daniela Galimberti, e a due risonanze magnetiche cerebrali (al basale e dopo 1 anno). “Sono stati osservati livelli liquorali inferiori di beta-amiloide nei pazienti con una più rapida progressione di malattia – spiega la dottoressa Anna Pietroboni, promotore e primo autore dello studio – dimostrando come la proteina beta-amiloide sia un predittore del peggioramento clinico nella sclerosi multipla”.

In conclusione, lo studio dimostra che i livelli di beta-amiloide nel CSF possono essere un biomarcatore di progressione nella sclerosi multipla. Lo studio suggerisce anche un’ipotesi di studio, ovvero che livelli bassi di beta-amiloide possano associarsi a una diminuita capacità di riparazione mielinica ed assonale, evidenziato da un precoce perdita di sostanza bianca e grigia cerebrale. Tuttavia, il ruolo preciso svolto dalla beta-amiloide nella sclerosi multipla rimane ancora da determinare. In particolare, resta da chiarire se questa proteina svolga un ruolo causale o rappresenti un epifenomeno nell’ambito dei processi riparativi neuroassonali.

La ricerca è stata svolta in collaborazione con l’Unità di Neuroradiologia (prof. F. Triulzi) ed Oftalmologia (dott. F. Viola) della Fondazione Cà Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Università di Milano.

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